Condivisione di un assolo. Conversazione con Yasmine Hugonnet

Aperta la porta del salone di Palazzo Trevisan, subito trattengo il respiro. Ho paura di fare anche il più impercettibile rumore. Non posso evitare lo scricchiolio del parquet sotto i miei piedi. I sette interpreti di Le Récital des postures – Extensions, della coreografa svizzera Yasmine Hugonnet, si stanno riscaldando, disposti liberamente nello spazio, nel silenzio più assoluto. La coreografa si mimetizza benissimo tra i danzatori: giovane, si riscalda facendo verticali al muro indossando leggings colorati.
Dopo due intense ore di training tra stretching e improvvisazione, i ragazzi scivolano all’interno della tessitura coreografica di Hugonnet. È una bella sfida per i danzatori trovarsi in questo lavoro: originariamente un assolo, già eseguito dalla coreografa stessa un anno fa, sarà ripresentato il 25, 27 e 28 proprio a Palazzo Trevisan. Alla fine della sessione, conversiamo con la coreografa su questo lavoro e sulla sua poetica.

Hugonnet-palazzo trevisan ph Camilla Guarino 2

Come si trova a lavorare nello spazio di Palazzo Trevisan?

Inizialmente, quando ho visto la foto del salone del Palazzo, ero un po’ preoccupata. Lo spazio mi era sembrato molto lungo, e io di solito lavoro in spazi larghi, ampi. Quando ho visto la sala con i miei occhi, però, mi è piaciuta molto, più larga di come me la ero immaginata. Mi è sembrata un ambiente interessante, anche grazie alla sua storia. Nel palazzo c’è anche la possibilità di alloggio. Adoro vivere nel posto in cui lavoro.

Hugonnet-palazzo trevisan ph Camilla GuarinoCosa può dire riguardo alla trasmissione del suo lavoro a danzatori che ha conosciuto solo pochi giorni fa?

Sono molto curiosa di condividere il mio lavoro con altre persone, perché in questi ultimi quattro anni ho lavorato prevalentemente da sola, mi sono dedicata a una ricerca personale. Per me questo è un momento di apertura,  e collaborare con questi ragazzi adesso è estremamente ricco. Ci sono due livelli nella creazione: l’improvvisazione e la trasmissione di una partitura precisa su cui ho lavorato per molto tempo e che ho praticato su me stessa.

Ha parlato di corpo come scultura, dell’inesistenza dell’immobilità: può spiegare meglio questo concetto?

L’immobilità non esiste ma possiamo giocare su ciò che vogliamo che rimanga e su ciò che vogliamo che cambi. Questa è la base del mio lavoro. Il danzatore sceglie. È un modo per navigare. Quando parlo di scultura, voglio dire che noi prendiamo una forma col corpo secondo quello che percepiamo del contenuto di un’immagine. La postura del danzatore produce una forma e io voglio mostrare anche la sensazione della ricezione, l’immaginazione. Ogni postura è un contenitore. Il danzatore non produce semplicemente il movimento, riceve molto anche dall’esterno. L’idea della scultura è qualcosa che si collega alla sua creazione, modellare la forma, plasmarla.

Virgilio Sieni ha affermato di essere rimasto colpito da un lavoro in cui lei utilizzava pani di creta, affermando che richiamava un corpo diverso.

È un brano che ho messo in scena nel 2003. Sono attratta dalla manipolazione: in questo senso penso che la coreografia sia come il lavoro di un artigiano. Quando parlo di scultura, mi riferisco al processo di creazione, alla fase in cui il pane di creta comincia a prendere una forma fino a definirsi sempre di più.

Hugonnet-palazzo trevisan ph Camilla Guarino 3In Le Récital non c’è mai contatto fisico tra i danzatori?

Ho preso la decisione di trasmettere ai danzatori una coreografia nata come mio assolo, e tale processo implica l’assenza di contatto fisico. Ho moltiplicato la singola partitura coreografica per sette, il numero dei danzatori. Al momento sono più interessata a come arriva il linguaggio di ogni danzatore, non al contatto fisico o a dirette relazioni personali. Mi interessa come viene letto dallo spettatore il linguaggio del danzatore, comunque gli interpreti devono ascoltarsi molto, anche se non si toccano fisicamente.

Nelle prove dello spettacolo che presto debutterà, lei utilizza i capelli in maniera funzionale, oltre che estetica…

Ho sempre usato immagini forti per aprire i miei spettacoli. Il corpo diventa qualcosa di diverso dal solito. Voglio lavorare solo con il corpo nello spazio e con il tempo, ho deciso di non usare nemmeno la musica. I capelli diventano una maschera, uno strato, sensazioni, distanza. Trovo interessante questo procedere perché incorpora diversi aspetti: la visione, la sensazione, l’apparenza. Diamo tutti molta importanza all’apparenza, siamo spesso costruiti nelle posture e a me piace giocare con tali costruzioni. Nel movimento usiamo tutto il corpo, lo manipoliamo, ma i capelli quasi mai, eppure sono qui: perché non prenderli e giocarci come facciamo con gli arti?

Ci racconta un’immagine della “sua Venezia”?

Non conosco Venezia molto bene, sono venuta per lavorare e non ho avuto modo di girarvi. Mi piace molto questa zona nei dintorni di Campo Sant’Agnese. Adoro la calma, non ci sono macchine. Mi hanno colpito molto i colori, le sfumature di rosso.

Camilla Guarino

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