«I love dance, dancing and dancers». Il discorso del Leone d’oro di Anne Teresa De Keersmaeker

Virgilio Sieni
«Il Leone d’oro alla carriera della danza del 2015 è stato attribuito alla coreografa belga Anne Teresa De Keersmaeker, in quanto rappresenta il punto di congiunzione tra creazione e processi di trasmissione. Il suo gesto poetico attraverso il corpo ha reso possibile un travaso significativo tra le culture occidentali nella comprensione del corpo teatrale come medium della ricerca linguistica. Elevando lo spazio a tavola del mondo, vi ha dislocato i corpi di una ricerca che lascia percepire l’apertura dell’uomo a nuovi luoghi. Si è presa cura della misura e della durata del corpo sonoro dell’individuo e del danzatore per porlo sulla soglia del mondo».

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Anne Teresa De Keersmaeker con il presidente Paolo Baratta e il direttore artistico Virgilio Sieni. Ph Davis

Anne Teresa De Keersmaeker
«Signori e signore, prima di tutto voglio dire che amo la danza, amo danzare e amo i danzatori. È con profonda e grande gratitudine che sono qui di fronte a questo pubblico, oggi. Non posso ringraziare tutti coloro che lo meriterebbero, perché questo si tradurrebbe in un elenco noioso e correrei il rischio di dimenticare alcune persone. Raramente la danza riceve onorificenze tanto esplicite; mi sono spesso chiesta perché i coreografi e i danzatori siano spesso esclusi dai premi. Per un film ci sono per esempio la Palma d’oro, l’Orso d’oro e una quantità considerevole di altri riconoscimenti. Lo stesso vale per la letteratura, uno scrittore può vincere per esempio un Pulitzer. La danza, invece, non è mai stata capace di integrarsi nel mondo dell’arte contemporanea a causa della natura effimera, poco concreta delle sue produzioni. Noi coreografi non creiamo oggetti materiali. Un film può essere venduto, un libro stampato, la danza non ha una forma tangibile. Mentre nelle altre forme d’arte il tempo si condensa nella materia, se pensiamo alle coreografie questa operazione è impossibile. Un brano musicale, per esempio, fino al ventesimo secolo doveva essere ascoltato direttamente dal vivo; ogni esecuzione possedeva una magia dell’unicità che oggi è divenuta quasi completamente inimmaginabile, dato che possiamo ascoltare la musica sempre, quando vogliamo, in qualsiasi momento. La perduta singolarità, l’unicità di cui stiamo parlando è ancora presente invece nella coreografia. La danza deve essere eseguita, servono i danzatori e gli spettatori, è necessario uno spazio fisico reale in cui le azioni possano svolgersi. Ovviamente tutto può essere registrato in video o fotografato, ma si tratterebbe comunque di una trasposizione dell’evento. Credo che come forma d’arte la coreografia sia rimasta la più “reale”, la più legata alla carne, alla fisiologia, è fra le poche esperienze estetiche che si accompagnano all’esperienza fisica. Un premio consegnato a uno scrittore corrisponde alla quantità di ore di lavoro trascorse a scrivere… lo stesso vale per i dipinti e per i film, forme d’arte nelle quali il tempo si traduce in materia prima. Tale “conversione” è estremamente difficile quando si tratta di coreografia. È molto complicato condensare la coreografia in un prodotto finale, e in ogni caso non possiamo tenere una coreografia tra le mani. Il problema, come ha notato William Butler Yeats, è che non è possibile distinguere il danzatore dalla danza. Se si vuole comprare una coreografia bisogna allo stesso tempo comprare i danzatori, portarseli a casa; se si guarda indietro, ai tempi antichi, in effetti questo era l’unico modo possibile. Penso che il processo di non separabilità del danzatore dalla danza sia il motivo per cui la danza è sempre stata messa in secondo piano nei circoli artistici. La coreografia non si può vendere: questo sottolinea un problema che raramente affrontiamo, legato al rapporto tra l’artista e il suo spettatore. Si tratta di una relazione originaria, una questione che non dobbiamo dimenticare, è per questo motivo che ne parlo anch’io oggi».

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